
L’Arsenale di Venezia come non lo si era mai visto: raccontato dai lavoratori che vi si sono avvicendati nei secoli attraverso i segni lasciati sulle sue mura antiche; la prima catena di montaggio della storia, fondata nel 1104 e rimasta in attività per oltre 900 anni. Navi, cronache, figure umane, date, memorie di lavoro e di vita: è quanto si può ancora ammirare sulle pareti dell’area produttiva più estesa di Venezia (48 ettari, circa un sesto della città), con un racconto della storia “dal basso” che dà voce a fabbri, calafati, marangoni (i falegnami, la corporazione più numerosa), ma anche marinere, velere e barilere: l’Arsenale infatti non era un luogo per soli uomini.
Ecco così emergere dalle pareti raffigurazioni di navi in costruzione e di guardiani; segni magici o devozionali, cronache del varo delle navi o della edificazione di nuove aree produttive, databili dal Seicento fino a tutto il Novecento, con l’Acqua Granda del 1966 e le memorie dei lavoratori defunti incise su una colonna di un’officina. In mezzo, la rivoluzione del 1848, che vide la prima e unica vittima illustre nel comandante austriaco dell’Arsenale, trucidato dai lavoratori che lasciarono una scritta sulla torre dove fu ucciso, oggi perduta. All’Arsenale si possono trovare anche i graffiti più antichi di Venezia, realizzati nell’XI secolo ad Atene da mercenari vichinghi sul celebre Leone del Pireo che ha finito per decorare l’ingresso monumentale: rune sulle quali i veneziani hanno costruito una storia di magia e di morte. Il portale stesso è uno scrigno di iscrizioni ufficiali che vanno decifrate: sulle sue pietre sta scritta la data leggendaria di nascita della città: il 421.
“I graffiti di Venezia. L’Arsenale” si occupa anche di aspetti scomparsi ma riconoscibili anche sulle pietre esterne al complesso: come le case pubbliche assegnate dalla Repubblica, numerate (e a volte dotate di una iscrizione che descriveva la mansione del lavoratore assegnatario) che non erano mai state censite.